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Spento il nucleare in Giappone ... BANZAI !

Antinuclearisti giapponesiAbbiamo imparato dalle vicende di Fukushima a conoscere un pochino meglio il Giappone e la sua politica energetica. Premetto che ho un grande rispetto per questa nazione e per i suoi abitanti, se non altro per la tenacia con la quale si applicano alle cose e la grande capacità produttiva che essi hanno. Anche se poi ci dividono un mare di posizioni sociali e ambientali che non mi piacciono per niente.
Ma questo adesso non ha importanza. Abbiamo dunque imparato che il Giappone è una grande potenza nel nucleare cosiddetto civile, con i suoi 54 reattori sparsi un po’ ovunque; con le sue 18 centrali costruite nonostante le isole siano soggette a numerosi e pericolosi terremoti fin dalla notte dei tempi. Quello che ha coinvolto Fukushima e le sue centrali nucleari è stato solo uno dei tanti, certo particolarmente forte e devastante, seguito da uno tsunami altrettanto terribile, ma comunque uno dei tanti.
Sono talmente frequenti i terremoti che in Giappone si possono fare calcoli statistici su quando arriverà la prossima scossa pericolosa.
Se pensiamo all’abilità di tecnici e costruttori nel realizzare edifici antisismici probabilmente non dobbiamo stupirci più di tanto. Insomma un disastro come quello de L’Aquila probabilmente non potrebbe mai accadere con un terremoto così “debole” come quello abruzzese. “Ci vuole ben altro” - dicono gli architetti nipponici – “per metterci paura”.
Ma un conto è che si frantumi il servizio buono di piatti e bicchieri, altro che si fessuri il contenitore di un reattore nucleare, si spengano gli impianti di raffreddamento e fonda il nocciolo. Con tutte le terribili conseguenze pagate, che stanno pagando e che pagheranno per molti anni le popolazioni coinvolte.
Il paese ha sempre avuto una capacità di rinascita incredibile; basta pensare a cosa è diventato dopo una guerra che lo aveva ridotto in braghe di tela, con l’economia azzerata e le infrastrutture praticamente inesistenti. Oggi è la quarta o forse terza potenza mondiale, unico paese asiatico del G8 e nessuno si sogna di fare i conti senza di lui. Forse ricorderete le fotografie dell’autostrada fessurata dallo tsunami dell’anno scorso, riparata in un tempo così breve che da noi forse non ci saremmo neppure accorti del danno.
Le scelte politiche riguardo l’energia erano state più o meno quelle francesi, con la costruzione di numerose centrali molto grandi (nel senso che in ciascuna si concentrano più reattori) sparse in tutto il paese. Il che forniva circa un terzo dell’energia elettrica necessaria. La riflessione di fronte a quanto avvenuto nel distretto di Fukushima è stata profonda e generalizzata e si è deciso di voltare pagina.
La prima cosa da fare era evidentemente quella di tranquillizzare i cittadini sulla bontà dell’impianto tecnologico alla base del funzionamento delle centrali. Chi segue anche solo saltuariamente questo sito sa perfettamente cosa io pensi di questo modo di ottenere elettricità. Una lunga battaglia è stata condotta e, per fortuna, vinta lo scorso anno in occasione del referendum per evitare l’idiozia di mettere centrali lungo le nostre coste. Ho avuto modo di dire anche recentemente che gli italiani hanno fatto questa scelta proprio sull’onda della paura di quello che era appena avvenuto a Fukushima e, per estensione, di quello che sarebbe potuto succedere anche da noi. Dunque, io credo, il referendum è stato vinto per questo motivo, altrimenti non so davvero come sarebbe andato a finire. Ho raccolto centinaia di firme per l’occasione e ho discusso innumerevoli volte con chi non voleva firmare per quel referendum … “gli altri sì, dicevano, ma questo no”.
Perché?
Non sono abbastanza informato” , “La nostra energia costa troppo”, “Tanto ci sono le centrali degli altri” e via discorrendo.
Il tema della sicurezza restava sempre relegato in un angolo, come ultima possibilità … Chernobyl era così lontana e poi volete mettere i tecnici europei con quei pasticcioni dei sovietici?
Un altro patatrac non è ipotizzabile e non succederà!”. Poi però è successo, in tanti hanno cambiato idea e gli indecisi hanno votato SI.
Ma torniamo al Giappone. Anche i giapponesi erano convinti di stare nel ventre della vacca, che le centrali erano super-sicure e che si poteva tranquillamente fare il pic-nic a fianco delle torri di raffreddamento. Poi hanno visto i morti, le coltivazioni riempite di Cesio ed i mari contaminati; hanno percepito lo sgomento e lo spavento del mondo intero, che sembrava avesse visto il fantasma del Louvre nascosto dietro la tenda della camera da letto. Hanno visto intere nazioni ripensare alla politica energetica, la Germania, la Svizzera; perfino in Francia si è riflettuto sul da farsi e l’allora candidato all’Eliseo François Hollande prometteva una riduzione delle centrali nucleari (di quelle obsolete che sono la maggior parte) in caso di vittoria. Adesso che ha vinto ed è il presidente dei francesi ci aspettiamo una politica energetica più vicina a quella europea.
Così i cittadini giapponesi sono diventati di colpo antinuclearisti. E’ stato come se una polvere sottile si fosse sparsa ovunque nel paese modificando le idee delle persone alla radice. Ma anche chi la crisi del marzo 2011 aveva vissuto da vicino in qualità di amministratore ha alzato la mano e la voce. Sono numerose le amministrazioni locali che hanno detto “Adesso basta!”. Non si può vivere per sempre con questo incubo. Siamo una nazione fantastica per innovazione e fantasia, sfruttiamola per produrre energia in altro modo.
Nucleare in GiapponeCerto non tutti hanno ragionato così. Non lo hanno fatto le major dell’energia, le grandi aziende che gestiscono centrali nucleari, come la TEPCO, che si è trovata immersa in debiti a cui non poteva far fronte, tanto che il governo centrale è dovuto intervenire a sostenerla con i soldi, tanti soldi, dei cittadini. Personalità importanti della cultura nipponica, filosofi, scrittori, artisti si sono schierati con il popolo; ma l'hanno fatto anche tecnici, professionisti, ingegneri, progettisti, operatori del settore. E, come spesso avviene in questi casi, hanno cominciato a raccontare storie strane, aneddoti particolari, dai quali emergeva che la tanto decantata sicurezza nucleare giapponese così tanto sicura proprio non era.
Insomma un vasto movimento antinuclearista ha messo radici in Giappone, trovandosi contro evidentemente quelli che l’elettricità la producono solo per fare soldi, le società ed aziende così potenti, di cui il governo centrale non può assolutamente ignorare la presenza e l’opinione.
Ma qualcosa andava pur fatto: si è cominciato spegnendo i reattori per procedere ad una verifica del loro stato. Alcuni sono stati chiusi definitivamente perché troppo vecchi o troppo poco sicuri, gli altri dovrebbero riaprire e l’uso del condizionale è legato proprio alla situazione che ho appena descritto.
Sabato 5 maggio l’ultimo reattore ha avuto lo stop. Una parte della stampa ha dato la notizia come se il Giappone avesse rinunciato per sempre all’uso del nucleare, ma le cose non stanno affatto così. Si tratta solo di controlli (ricordate gli stress-test che anche in Europa sono stati programmati dagli stati subito dopo i fatti di Fukushima?) e prima o poi le centrali verranno riaperte … a meno che nel frattempo la politica giapponese non cambi radicalmente. Potrà succedere?
Intanto vediamo alcuni dati: nel 2010, come detto, l’energia elettrica di origine nucleare è stata meno del 30% di quella necessaria al paese. Vorrei sottolineare ancora una volta che l’energia elettrica costituisce grossomodo un terzo dell’energia complessiva consumata in un paese progredito e industrializzato. Ne segue che i reattori presenti sul territorio nipponico soddisfano solo il 10% dell’energia totale necessaria. Chiudere per sempre quei reattori dunque porta come problema l’esigenza di rimpiazzare il 10% dell’energia complessiva.
E’ il caso di ricordare che i paesi che hanno affidato al nucleare una larga fetta della propria produzione di elettricità (la Francia arriva addirittura al 75%) hanno rinunciato allo sviluppo di soluzioni alternative, come la possibilità di produrre energia elettrica attraverso le fonti rinnovabili.
E così la Francia che si attesta attorno al 6% e il Giappone che arriva al 9%, fanno una brutta figura perfino rispetto all’Italia che oggi produce quasi il 30% di energia elettrica da fonti rinnovabili. Insomma, spegnere i reattori in modo definitivo comporterebbe una scelta importante, ma estremamente difficile da compensare, da parte delle autorità. Occorrerebbe infatti cominciare a spron battuto a impiantare centrali rinnovabili con il timore comunque di non farcela.
Le personalità giapponesi di grande spicco di cui parlavo prima che si sono spese e si stanno spendendo per lasciare inerti i reattori fermati, sottolineano che se si possono spegnere per qualche mese, si può farne a meno anche per qualche anno e quindi per sempre.
La realtà è ben differente. Nonostante il governo abbia varato leggi che incentivano le aziende a comprare energia da produttori “verdi”, occorre tenere presente che non è che la questione si possa portare a soluzione in pochi mesi. Dunque la quantità di elettricità prodotta senza il nucleare non è sufficiente.
Così non è rimasta altra scelta che aumentare l’uso dei combustibili fossili nelle centrali termoelettriche presenti. E’ chiaro che questo si porta dietro due conseguenze entrambe decisamente negative.
La prima è che l’obiettivo fissato a Copenhagen nel 2009 durante il COP 15 per il Giappone difficilmente potrà essere raggiunto. Si tratta di ridurre del 20% le emissioni di gas serra. E non si può non riconoscere che da questo punto di vista, solo da questo punto di vista, le centrali nucleari funzionano meglio di quelle a carbone o petrolio.
La seconda conseguenza negativa è che l’aumento di importazione di combustibile comporta un aumento di spesa e quindi di costi per i cittadini e le aziende.
Un bel problema, insomma. Come se ne esce?
Come sempre avviene le informazioni che arrivano a noi sono frammentarie e molto, ma molto filtrate. Ognuno che sia parte in causa, magari anche solo filosoficamente, esalta ed amplifica la parte di notizia che maggiormente gli piace e accantona quella parte che invece non gli va bene. Così le informazioni che ho raccolto sono di diversa natura e ve le voglio esporre così come le ho rintracciate.
"Sembra" (brutto incipit ma è così!) che lo scorso mese di gennaio (2012) il governo abbia deciso di varare una nuova politica energetica nucleare, facendo quello che molti stati hanno fatto in passato in ogni parte del mondo e cioè dichiarando vive anche le centrali morte.
Mi spiego. Una centrale nucleare ha un suo ciclo di vita che può durare 20, 30 o 40 anni. Dipende da come è fatta, con quali tecnologie, con quali materiali. Oltre al problema del rendimento che diminuisce col passare degli anni, c’è anche quello della sicurezza che va calando mano a mano che il tempo passa. Le centrali giapponesi nuove, costruite in questo millennio sono molto poche, la maggior parte sono più vecchie e circa un terzo di esse ha più di 30 anni; queste si avviano perciò all’età della pensione. Per evitarne la dismissione è sufficiente cambiare la prassi, cancellare la data di scadenza e segnarne sopra un’altra. Cioè prevedere che il loro ciclo vitale invece di 40 anni può durare 60. Questo, lo ripeto “a quanto sembra”, è proprio quello che sta avvenendo in Giappone. Non bisogna tuttavia demonizzare i ministri nipponici. La questione è generalizzata. Chiudere una centrale significa smantellarla, provvedere al recupero dei materiali contaminati, del combustibile esausto, delle scorie e di tutte quelle belle cosette che occorre sistemare in qualche modo e da qualche parte. E’ un lavoro chiamato decommissioning che è molto lungo (decenni) e soprattutto terribilmente costoso. Una sua parte è addirittura irrealizzabile perché nessuno al mondo oggi sa dove mettere le scorie radioattive per secoli o millenni. Pensate che noi italiani siamo ancora in ballo e le nostre poche e piccole centrali sono ferme da 25 anni.
Nucleare GiapponeEcco dunque che la chiusura o meno di una centrale ha una sua dimensione economica di cui non si può non tenere conto.
Doppiamente economica vorrei dire, perché a guidare la banda dei nuclearisti giapponesi non ci sono, come è ovvio, nugoli di ragazzi che vogliono il nucleare a tutti i costi gridando “Tanto ce l’hanno anche i Simpsons”. Il giro d’affari del nucleare è elevatissimo e le aziende che lo gestiscono non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla loro grande fetta di torta.
Dunque il Giappone, come tutti gli stati industrializzati, si trova alle prese con l’eterno dilemma che balla tra la necessità di tutelare e, direi, servire, la popolazione e quella di non dispiacere alle potenti lobby dell’energia in questo caso del nucleare.
Intanto però qualcosa è cambiato anche in Giappone.
Il 30 aprile il primo ministro nipponico Yoshihiko Noda ha incontrato a Washington il presidente statunitense Obama. I due hanno firmato un accordo intitolato: “Dichiarazione congiunta U.S.A.-Giappone: una visione condivisa per il futuro”. In questa visione del futuro un capitolo importante è dedicato proprio alle energie rinnovabili, per le quali è stata creata un’alleanza particolare, che ha preso il nome di Clean Energy Policy Dialogue (politica di dialogo sull’energia pulita) in cui rientrano ricerca, sviluppo e realizzazioni di fonti energetiche rinnovabili, efficienza energetica e smart grid.
Lo dico solo per inciso ma quella della smart grid, cioè della rete intelligente è una frontiera alla quale occorre pensare da subito. Non c’è infatti dubbio che l’abbandono delle risorse fossili per fare elettricità porterà ad una diminuzione delle disponibilità di energia, che quindi andranno usate meglio, in modo più intelligente. La smart grid è una soluzione informatica da affiancare alla rete elettrica. Ora spero mi passerete una semplificazione perché non sono in grado di entrare nei dettagli tecnici della faccenda. Questa soluzione informatica saprà stabilire dove e quando c’è bisogno di più energia e dove meno in modo da razionalizzare i consumi. Accanto alla smart grid serve però una smart city, una città intelligente che sappia accogliere con le proprie infrastrutture tutta l’intelligenza legata a questi progetti.
Di questo si parla da tempo, almeno da un anno, anche nei documenti ufficiali dell'Unione Europea, con progetti già codificati, con convegni per gli amministratori. In Italia più che di una rete intelligente ci sarebbe, tanto per cominciare, bisogno di una … rete, dal momento che circa il 20% dell’energia elettrica prodotta dalle centrali non arriva poi a destinazione. Fa però piacere sapere che i due colossi della tecnologia informatica, USA e Giappone, stiano progettando soluzioni comuni in questo settore.
Un altro punto di cambiamento giapponese riguarda il nuovo sistema di sostegno alle rinnovabili, con l’obiettivo (magari non esplicitamente dichiarato ma che sotto traccia è evidente) di non dover dipendere in futuro dal nucleare dimostratori così pericoloso. La nuova tariffa (21 cent/kWh per l’eolico e 39 per il fotovoltaico) è molto più elevato di quello pagato dal 4° conto energia in Italia, figuratevi dal 5°.
Il governo di Tokyo ha annunciato di aver investito circa 230 milioni di euro per dare vita ad un impianto solare fotovoltaico di 70 MW, che diventerà il più grande mai realizzato in Giappone. A portare a termine il progetto penserà la mega azienda Kyocera, assieme alla IHI e con la partecipazione della Mizuko Bank. La centrale sorgerà a Kagoshima, nell’estremo Sud del paese, si estenderà su un terreno di 127 ettari. L’inizio dei lavori è atteso per luglio.
Ma c’è ancora un’altra curiosità che voglio condividere con voi.
Proprio qualche settimana fa è stata data la notizia che nei pressi di Fukushima verrà realizzata una grande centrale geotermica, con una potenza pari ad un quarto di quella nucleare che si trova nello stesso distretto. La scelta della zona è ovviamente significativa.
L’area individuata è all’interno di un parco nazionale, cosa davvero sorprendente dal momento che le leggi giapponesi impediscono di forare il suolo all’interno di zone ambientalmente protette. Del resto il sottosuolo del Giappone è ricchissimo di “aree calde”. Basta pensare che il 10% dei vulcani attivi di tutto il mondo si trova qui. La geotermia potrebbe contare su un potenziale davvero immenso, il terzo al mondo, ma i giapponesi hanno impianti geotermici per appena 540 MW, lo 0,3% del loro mix energetico, destinato esclusivamente all’area del turismo.
Il fatto è che la maggior parte dei “giacimenti” si trova appunto entro aree protette, in parchi naturali e quindi ogni trivellazione è vietata. Ora il governo ha fatto di necessità virtù, modificando la legge e consentendo le perforazioni purché il paesaggio e il territorio vengano salvaguardati.

Centrale geotermica
Ma le difficoltà non si fermano qui. Da un lato i rappresentanti del consorzio che ha progettato la centrale geotermica stanno ancora litigando per mettere a punto la strategia da seguire. L’altro motivo che ha frenato lo sviluppo del potenziale geotermico, che secondo varie stime potrebbe raggiungere potenze elevatissime, è la contrarietà espressa dai proprietari delle stazioni termali, preoccupati che lo sfruttamento per la produzione di energia elettrica delle sorgenti calde possa danneggiare la propria attività.
Il progetto che potrebbe aprire la stagione della geotermia in Giappone si trova per l’appunto nel Bandai-Asahi National Park, situato nella prefettura di Fukushima, dove si ritiene che vi possano essere sorgenti sotterranee di acqua calda e vapore corrispondenti ad una potenza installata pari a circa 270 MW. Per evitare di danneggiare il paesaggio dentro il parco si prevedono pozzi scavati in obliquo.
Vi sono, oltre a Bandai-Asahi National Park, altre aree ad alto potenziale geotermico in due aree parco nell’isola di Hokkaido, nella Prefettura di Akita, da cui si ipotizza si possa ricavare una potenza complessiva di 600 MW.
Per portare avanti l’analisi, la programmazione e la sperimentazione nel settore geotermico, il ministero dell'industria giapponese ha intenzione di stanziare circa 10 miliardi di yen nel bilancio 2012, oltre a misure tese ad incoraggiare le imprese ad entrare nel business della generazione geotermica.
I lavori dovrebbero terminare nel 2020 e l’opera sarebbe la più grande centrale costruita in Giappone in questo secolo.
Per concludere ecco la domanda da farsi:
Quale politica energetica sceglierà il Giappone per il futuro?
Alcuni personaggi pubblici, fra i quali spicca il nome di Sei Kato, vice direttore dell'Ufficio del ministero dell'Ambiente, guardano alla Germania come il Paese a cui ispirarsi.
Vale a dire la progressiva sostituzione delle centrali nucleari con quelle rinnovabili da portare a termine in tempi relativamente brevi, certo non oltre il 2050.
E, però, non basta sostituire una centrale a carbone con una fotovoltaica o eolica per essere a posto; il cambiamento dev’essere soprattutto di mentalità e di stili di vita. Ho ripetuto fino alla nausea che i problemi ambientali non hanno mai soluzioni ambientali; bensì economiche, politiche, morali. Finché non si razionalizzeranno i consumi, non si rinuncerà al superfluo, al profitto ad ogni costo; finché non si smetterà di consumare enormemente di più di quanto il pianeta mette a disposizione e soprattutto non si eliminerà la sopraffazione dei ricchi sui poveri eliminando tutte le forme schifose di colonialismo in atto ancora oggi come il Land grabbing, l’umanità resterà ancorata ad una società dei consumi che non può avere futuro.
E se leggiamo del parole del tecnico del ministero dell’ambiente Sei Kato ne abbiamo conferma. “Ciò che impedisce al Giappone – dice - di raggiungere l’obiettivo tedesco, non è la mancanza di tecnologia o di risorse ma i contrasti esistenti fra le lobby che controllano il settore energetico. I grandi produttori di energia sono, infatti, in continua lotta tra loro; ciò rende impossibile la predisposizione di un piano energetico a lungo termine, che valorizzi adeguatamente le energie rinnovabili.”
Nel paese reale, quello dei cittadini, gli ultimi 14 mesi sono stati attraversati da una vera e propria rivoluzione culturale, che ha modificato gli stili di vita e di lavoro. Si è cominciato a fare meno uso dell’aria condizionata, le fabbriche hanno spalmato gli orari sulle 24 ore compreso il weekend. Come detto è cresciuto l’uso delle fonti fossili e quindi dei costi. Il risultato tra la gente è stato sorprendente: una diminuzione dei consumi del 18% rispetto all’anno scorso in estate e del 17% in totale sull’uso di apparecchiature domestiche. Risparmio e razionalizzazione dunque. Adesso sta al governo cominciare a spingere verso le rinnovabili, che è quello che la gente e le amministrazioni locali vogliono con forza.
Tutte le centrali nucleari intanto sono ferme, ma i giapponesi continuano a guardare senza problemi le loro televisioni.

(fonte: noncicredo.org)
 
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