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Io consumo, tu consumi, lui ... lui no!

Richard MullerCi riempiamo la bocca ogni giorno della nostra vita con parole altisonanti come libertà, equità, giustizia. Poi ci giriamo attorno osservando le vicende di questo nostro pianeta e dei suoi così strani abitanti e ci rendiamo conto in pochi attimi di quanto vuote e prive di significato siano di fronte a quanto accade nel mondo. Lo vediamo soprattutto considerando l’abisso scavato da 200 anni in qua tra i ricchi e i poveri. Lo stimolo a scrivere queste righe mi deriva dalla lettura di un articolo di Repubblica sui mari africani.
Chi, come me, si occupa di ambiente (ma a chiunque risulterà sempre più facile) sente la puzza da lontano guardando come la terra, i mari e l’aria sono stati ridotti da uno sviluppo che di tutto ha tenuto conto, meno che della sopravvivenza della nostra casa.
Perfino i “ricchi” cominciano oggi ad essere preoccupati dell’aumento dell’effetto serra prodotto dalle attività umane, un aumento così terribile che nessun fenomeno naturale è in grado di spiegare. Consiglio a chi avesse ancora dei dubbi al riguardo la lettura della recente ricerca di Richard Muller e degli altri fisici (tra cui il Nobel 2011) finanziata da personaggi preoccupati (il DOE, Bill Gates, …) ma anche da petrolieri come Charles Koch che speravano si dimostrasse l’esatto contrario, a testimonianza della neutralità di questo lavoro (notizia qui; progetto in inglese qui berkeleyearth.org).
Se passiamo ai mari, basta ricordare la presenza del Pacific Trash Vortex (Vortice di Rifiuti nel Pacifico), un’area invasa dalla plastica di fronte alle coste hawaiane e a quelle giapponesi grande come due volte gli Stati Uniti (o 65 volte l’Italia se preferite) che continua ad ingrandirsi provocando morie di fauna e impedendo al plancton le sue funzioni, tra le quali anche quella di assorbire una parte della CO2 presente in atmosfera.
E non è che il Mediterraneo stia molto meglio!
ConsumismoE si potrebbe continuare parlando del 50% delle foreste “scomparse” dalla rivoluzione industriale in poi, il 40% delle specie animali sottratte alla biodiversità, una larga fetta delle sorgenti d’acqua inquinate, i territori sempre più vasti che si stanno desertificando, l’aumento assurdo di fenomeni idrogeologici drammatici (cresciuti di 5 volte negli ultimi 40 anni con molte decine di migliaia di morti). L’agenzia di riassicurazione Munich RE ha registrato 950 eventi solo nel 2010 con una perdita secca di almeno 130 miliardi di euro. Valori che non si erano mai raggiunti prima di adesso.
E così via.
Viene da chiedersi: di chi è la colpa di tutto questo?
Non siamo giudici che decidono e condannano, ma qualche indizio possiamo scoprirlo.
E’ piuttosto evidente che il sistema di produzione “lineare” che l’uomo si è inventato (estrazione materie prime – produzione energia da fonti fossili – produzione e commercializzazione dei prodotti – trasformazione sempre più rapida in rifiuti buttati via ... per ricominciare da capo) ha molto a che fare con l’intera faccenda. La natura opera per cicli (sistema di produzione circolare) rimettendo sempre a disposizione le materie prime impiegate, che è poi l’unico sistema di sopravvivenza, quel modo di agire che siamo abituati a chiamare sostenibile. L’uomo ha inventato processi che sono del tutto non sostenibili. In italiano stretto significa che il pianeta non ce la fa a rifornire, a sopportare tutta la gente che ci vive sopra.
Eppure qui un distinguo va fatto. E’ come quando si sentono frasi come questa “L’eolico installato nel mondo può fornire energia elettrica a 350 milioni di persone” (frase reale riportata qualche settimana fa dai media).
Cosa significa?
… a 350 milioni di “quali” persone?
Già perché non è per niente lo stesso se quei 350 milioni sono americani o afghani, italiani o eritrei. Se si trattasse di americani, beh allora, tutti gli abitanti dell’Africa intera non avrebbero nessun problema.
Overshoot dayVedete, quando parliamo di consumismo, lo facciamo come se fosse una ... pratica ... diffusa e uniforme, ma le cose non stanno affatto così.
Il WWF, assieme ad alcuni istituti universitari inglesi, determina ogni anno l’Overshoot day, il giorno in cui abbiamo esaurito le riserve per quell’anno e cominciamo ad intaccare quelle per l’anno successivo. E’ un po’ come se noi mettessimo tutto il cibo che ci serve per il 2012 in una stanza e quello che ci servirà per il 2013 in un’altra stanza. E cominciamo a mangiarlo, giorno dopo giorno. La regola ovviamente è che non si tocca la seconda stanza prima di aver svuotato la prima. Mangiamo tutti anche se c’è sempre quello che mangia di più e quello che mangia di meno, come avviene in ogni cena che si rispetti. Tra amici spesso si decide di pagare tutto assieme senza badare se Giorgio si è fatto quattro fette di dolce e Giuseppina invece è rimasta con la sua insalata. Si divide alla romana insomma perché è questo il clima dell’amicizia e poi cosa volete che sia una cena ogni tanto, "non muore mica nessuno".
Il paragone con il consumo del mondo non regge più, proprio nell’ultima frase, perché non è affatto vero che non muore nessuno. Muore invece un sacco di gente, perché non ha le risorse necessarie per sopravvivere. Non sto parlando di televisori o automobili potenti e veloci. Parlo di acqua e riso, di medicine e case, di territori da coltivare, di ambienti inquinati e radioattivi, di mine sparse ovunque, …
No, noi non dividiamo affatto alla romana il nostro consumo perché la riduzione della possibilità di sopravvivere non la pagano certo i cittadini di New York o di Borgoricco, non oggi almeno. La pagano gli eritrei, gli abitanti del Bangla Desh, dell’Afghanistan, dello Sri Lanka che tanto mica si vedono in televisione tranne quando quei rompicoglioni di ambientalisti o di medici fanatici come Gino Strada vengono a mettere una pulce nell’orecchio dei benestanti e delle tre scimmiette che non vedono non sentono e non parlano, di cui il nostro paese e la nostra società sono strapieni.
Pensate che strano: chi più ha mangiato meno paga.
Ma torniamo alla nostra dispensa. Se fossimo dei bravi padri di famiglia cercheremmo di non finire il 31 dicembre tutto quello che abbiamo messo nella stanza targata 2012. Perché non si sa mai quello che può capitare nei primi mesi dell’anno nuovo. E cercheremmo così di risparmiare un pochino, per tenerci qualcosa da parte.
La realtà è profondamente diversa. Venticinque anni fa (1987) avevamo svuotato la dispensa il 19 dicembre. I consumi erano, tutto sommato, compatibili con l’offerta del pianeta. Ma nel 2010 la dispensa era vuota il 21 agosto, quando cioè mancava ancora più di un terzo del tempo previsto.
Tutto ciò si traduce dicendo che il nostro modo di vivere non è sostenibile. Cerchiamo adesso di non nasconderci dietro le parole. Vuol dire che il nostro modo di vivere è sbagliato e, siccome qui non si fa alla romana, chi è responsabile di questi eccessi è responsabile della morte di quelli che non possono accorgersi di tutto questo perché per loro le risorse non ci sono mai né a dicembre né a gennaio.
Certo non è che si possa prendere la società che abbiamo costruito in oltre 200 anni e buttarla giù per il cesso, anche se confesso che questa opzione mi solletica moltissimo, ma non si può nemmeno continuare su questa strada che, oltre ad essere profondamente immorale ed ingiusta, è anche chiusa dal fatto che predichiamo una crescita dei consumi basata su materie che stanno finendo come il petrolio, il gas, l’uranio e su molte materie prime che scarseggiano.
E questo si porta dietro fenomeni di neo-colonialismo come il cosiddetto Land grabbing, di cui ho parlato alcune volte a Radio Cooperativa. I paesi più forti economicamente e le grandi multinazionali stanno acquistando territori in Africa, Sudamerica, perfino in Europa per possederne le risorse, siano esse alimentari o minerali. Per diventare i monopolizzatori del nichel, rame, zinco, alluminio. O per garantirsi un futuro con sufficiente frumento. O per poter vendere questi prodotti in futuro facendo un sacco di soldi. E’ questa la soluzione?
Impronta ecologicaVolete altri dati? Sono un pochino imprecisi ma servono a capire la situazione. Una grandezza utile per scoprire come funziona il mondo è l’impronta ecologica, la quale misura gli ettari di terreno necessario a ciascun popolo per “il suo” sviluppo. E’ imprecisa perché non tiene conto di alcuni fattori importanti (per fare due esempi considera il solo inquinamento provocato dalla CO2, non prende in esame la produzione e lo stoccaggio – che ancora non c’è – delle scorie radioattive) e poi perché non disaggrega le singole azioni impedendo di capire i problemi particolari che si nascondono dietro ogni valore, ma tant’è. C’è una impronta ecologica per la Terra, che rappresenta il limite massimo consentito: 1.8 ha/abitante. Dal momento che la popolazione mondiale cresce di circa 80 milioni l’anno questo valore va riducendosi nel tempo e quindi le possibilità di sopravvivenza per tutti diventano sempre più limitate. Gli USA hanno una impronta di 9.6 ha/ab (6 volte superiore a quella terrestre), l’Italia 4.2, la Cina 1.6, l’India 0.8, l’Afghanistan 0.1 ha/ab. Possiamo dedurre che il “consumo di risorse” (con tutti i limiti detti) medio americano è quasi cento volte superiore a quello afghano e che ci vogliono 42 afghani per consumare come un italiano.
Le conclusioni alle quali si arriva sono davvero drammatiche. Se mettiamo assieme questi due elementi forse cominciamo a capire un po’ di cose e allora parole come “crescita”, “profitto”, “sviluppo” hanno un suono differente.
Ci sono soluzioni? Forse siamo ancora in tempo o forse no, ma le strade sono soltanto due.
La prima è quella di ridurre drasticamente i consumi del mondo occidentale (compresi i nostri si intende!), virando decisamente verso risorse rinnovabili e verso cicli sempre meno “lineari”. Mi riferisco all’incremento fortissimo delle energie "pulite" (che peraltro sta già avvenendo con ritmo sempre più rapido anche nel nostro paese dove ormai il 25% di energia elettrica deriva da fonti non fossili) che oltre a diminuire il consumo di materie prime, permetterà anche di ridurre l’effetto serra a valori un po’ più ragionevoli. Questo aumento andrà accompagnato da una razionalizzazione dei consumi e da una grande riduzione delle dispersioni che per vari motivi oggi soffriamo.
E mi riferisco anche alla gestione dei rifiuti (riducendoli alla fonte prima di ogni altra cosa) di modo che sia possibile utilizzare le materie prime che contengono (riuso, riciclo) e non buttare via tutto in una discarica o – peggio – bruciarli in un inceneritore che fa solo guadagnare soldi a chi lo gestisce e lascio a voi il compito di capire chi glieli da.
Qual è il nemico di questo percorso? Semplicissimo: il profitto!
La seconda strada è quella di fare due conti per capire quante persone possono essere sostenute dal pianeta con consumi  “come i nostri”.
In questo caso, in un modo o nell'altro, almeno 3,5 miliardi di persone dovranno sparire dalla faccia del pianeta
 
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