Radio Cooperativa (mappe)
Uffici: via A. Da Tempo 2, 35131 Padova
Studio: str. Battaglia 89, 35020 Albignasego
STATUTO e REGOLAMENTO
Sostieni Radio Cooperativa
(detraibile)
Scrivi il
 EUR
contributo
Socio
Posta certificata
Facebook

Ascolta in streaming


Leggi il palinsesto

Palinsesto
Proposta
5PERMILLE

Salviamo la civiltà! (*)

Società dei consumiVoglio condividere con voi un documento importante che è stato redatto un mese fa (luglio 2011) da una delle tante dependances delle Nazioni Unite. Oltre a decidere se è il caso di mandare le truppe in questa o quell’area in conflitto, l’ONU si preoccupa anche di questioni non meno importanti, che riguardano l’intero pianeta. Tra queste l’ambiente.
L’organizzazione è decisamente preoccupata. Non a caso ha organizzato gruppi di lavoro particolari come IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) che stanno cercando di mettere in piedi piattaforme condivise da tutti gli stati per salvare il pianeta. Le annuali conferenze sul clima (l’ultima a Cancun nel dicembre scorso, la prossima in Sud Africa tra cinque mesi) sono state sempre dei mezzi fallimenti, perché davanti alle esigenze di sopravvivenza della specie, venivano messi i “diritti di sopravvivenza economica" delle aziende, dei consumi, delle lobby che spesso reggono gli stati attraverso i finanziamenti e il sostegno che i politici di turno ricevono. Quello che non si è mai riusciti a far capire a tutti (con in testa, per non fare nomi, gli USA) è che la salvaguardia, ad esempio, delle foreste pluviali in Malesia ha un’importanza decisiva anche per la sopravvivenza dei 12 milioni di newyorkesi che bazzicano a Manhattan.
Di questo vorrei parlare seguendo le tracce di un documento della DESA, il Dipartimento affari economici e sociali dell'Onu, che si occupa proprio di questi argomenti. Ho intitolato questo mio intervento un po’ pomposamente “Salviamo la civiltà” ... mi rendo conto che è un po’ presuntuoso, ma vediamo se sono in grado di spiegare di cosa si tratta.
Il rapporto della DESA è un grosso documento di oltre 250 pagine (che trovate in inglese sul sito della DESA: qui) e si chiama The Great Green Technological Transformation, la grandiosa trasformazione tecnologica verde ... me cojoni!
Le affermazioni di partenza sono quelle che ormai racconto da sempre e riguardano la produzione, il consumo, la sostenibilità.
Macchine a vapore nell'industria tessileDal momento che si parla di produzione e di industria, possiamo fissare la data di partenza del discorso alla fine del 1'700, quando avviene in Inghilterra la prima rivoluzione industriale. Da un punto di vista scientifico essa è rappresentata dall’introduzione nei cicli produttivi delle macchine a vapore, primo timido passo verso quell’automazione che nei duecento assi successivi si sarebbe affermata in maniera sempre più massiccia. Ma da un punto di vista sociale questa introduzione ha cambiato i modelli di vita, trasformando una società ricca di artigiani in una società industriale, con l’esaltazione del capitale e di tutto quello che questo si è portato appresso. La crescente industrializzazione ha cambiato anche la vita quotidiana delle persone, fornendo loro una serie di vantaggi e di semplificazioni per le attività abituali: gli spostamenti facilitati da treni ed automobili, la comunicazione e l'informazione con telefono e radio, le comodità con gli elettrodomestici e così via. E con lo stile di vita sono cambiati i consumi divenuti sempre maggiori e sempre più esigenti.
I “progressi” però hanno avuto un costo, pagato come degrado dell’ambiente naturale.
Circa metà delle foreste che coprivano la terra in quel periodo sono sparite, le sorgenti di acqua sono state impoverite e contaminate, si è assistito ad enormi riduzioni di biodiversità. L’aumento dell’uso di combustibili fossili ha cominciato a minacciare la stabilità del clima della terra attraverso il riscaldamento globale.
Ma i cambiamenti hanno avuto effetti strani e diversi sulla popolazione mondiale. Mentre i guai sono per tutti, i benefici no. Ancora oggi miliardi di persone vivono in povertà: i loro consumi sono nettamente diversi dagli altri. L’obiettivo per una organizzazione "globale" come l’ONU è quello di migliorare lo standard di vita di costoro (qualunque cosa significhi?!?) e per ottenere questo occorre un maggiore progresso economico. Ma questo comporterà un ulteriore degrado ambientale e dunque siamo da capo, inviluppati in una empasse dalla quale non si capisce come uscire. Da un lato non possiamo fermare il procedere del progresso per non perdere una fetta della popolazione mondiale per strada, dall’altro non possiamo continuare ad usare il modello di sviluppo adottato fino ad ora, perché il mondo, se facciamo qualche altro passo in questa direzione, non sarà più in grado di sostenere i suoi abitanti e arriveremo prestissimo alla catastrofe.
Ed ecco la prima conclusione alla quale si può arrivare: il modello che conosciamo oggi non può essere un’opzione!
E anche se fermassimo i motori della crescita, non otterremmo un risultato definitivo, perché l’inquinamento e l’impoverimento del pianeta continuerebbero dal momento che resterebbero in piedi i modelli di consumo ed i metodi di produzione.
Ne segue logicamente che quello che serve è trovare urgentemente nuove strade di sviluppo che siano in grado di garantire da un lato una sostenibilità ambientale e possibilmente far retrocedere la distruzione ecologica cui assistiamo, e dall’altro un livello decente, decoroso, soddisfacente di sostentamento per l’umanità intera e non solo per una sua parte.
Bei discorsi, certamente, ma come fare?
La strada di questa riconversione porta dritti verso la green economy (l’economia verde) di cui così spesso sentiamo parlare da qualche anno a questa parte almeno in quei paesi dove la politica è fatta da uomini e donne seri e lungimiranti.
Ambiente ed economiaIn realtà non è molto semplice dare una definizione di “green economy”, anzi una sua definizione precisa forse neppure esiste. Ma c’è una consapevolezza credo comune attorno a questo nome, che è proprio quella di cui parlavo e cioè di rendere possibile uno sviluppo sociale, economico, di crescita e insieme di tutela ambientale. E’ proprio in questo senso che il concetto di sostenibilità entra nelle carte dell’ONU: tre linee da seguire, economia, società, ambiente che convergano verso un unico obiettivo finale: stare tutti meglio.
Ma c’è di più; occorre avere anche una visione intergenerazionale dello sviluppo. In termini semplicissimi significa che nessuno ci nega il diritto di soddisfare i nostri bisogni, ma non possiamo farlo in modo da impedire alle generazioni future di soddisfare i loro, lasciandoli con risorse insufficienti.
Finora tutto questo non è avvenuto il che significa che dalla rivoluzione industriale in poi il mondo si è comportato in modo egoistico e sicuramente non sostenibile.
Proviamo a guardare la situazione più da vicino, utilizzando i grafici che il documento dell’ONU mette a disposizione.
onu01
onu02
onu03
onu04
1/4 
start stop bwd fwd


Dal 1750 ad oggi c’è stata una costante crescita di alcuni parametri che vengono presi in esame dai grafici che potete scorrere qua sopra. Non si tratta di una crescita uniforme, lineare, ma esponenziale. Cominciamo con la popolazione umana, che mentre è aumentata di mezzo miliardo nei 100 anni dal 1750 al 1850, è cresciuta di oltre tre miliardi e mezzo negli ultimi 50 anni, con un ritmo di crescita 12 volte superiore. E le stime per il futuro non lasciano presagire niente di molto diverso.
Questo aumento di bocche da sfamare (non solo con cibo e acqua ma anche con risorse tipo elettricità, mobilità, riscaldamento, eccetera) hanno posto e continuano a porre un sacco di domande e una quantità di problemi veramente importanti e di difficilissima soluzione.
E’ vero che assieme alla popolazione mondiale è aumentato anche il reddito pro capite medio. Ma va detto che questa è la contraddizione di ogni discorso sulla razza umana intesa globalmente; si tratta infatti di un dato poco significativo perché si passa dai redditi altissimi di alcuni paesi a quelli miseri di molti paesi poverissimi.
Contemporaneamente sono aumentati e sempre in maniera esponenziale altri fattori: l’uso (meglio il consumo) di energia e di risorse in generale che come ben sappiamo non sono affatto infinite come la pubblicità della società degli ipermercati vorrebbe far credere, la quantità di rifiuti che vediamo da sempre come un effetto della produzione e del consumo e l’inquinamento, compresa l’immissione in atmosfera dei gas serra.
Va sottolineato che tutti questi fattori hanno avuto negli anni (in tanti anni) un andamento che è uno la fotocopia dell’altro. Le crescite sono avvenute sempre allo stesso modo nei vari periodi storici, come si può osservare dai grafici. Non è possibile, pertanto, che non c’entrino niente gli uni con gli altri.
Certo alcune cose sono diverse. Ad esempio nell’uso di fonti primarie i rapporti si sono modificati nel tempo. Del resto fino a 60 fa non esisteva il nucleare, le stufe a legna erano ovunque e non solo per fare la polenta, ma anche per scaldare gli ambienti; il carbone era largamente la fonte primaria più utilizzata. Oggi il carbone, dopo un calo radicale, è di nuovo in ascesa con buona pace dell’inquinamento e dell’effetto serra, in calo il petrolio e il nucleare, in crescita l’uso del gas anche grazie ai nuovi enormi giacimenti scoperti nelle rocce di scisto (vedi), in crescita le fonti rinnovabili. Ma il consumo globale delle fonti primarie è cresciuto esattamente come ogni altra grandezza qui considerata.
Evoluzione tecnologicaQuesti cambiamenti, del resto, hanno seguito l’evoluzione tecnologica. L’avvento dell’elettricità, degli elettrodomestici, dell’elettronica e così via ha avuto un ruolo decisivo in questo processo. Per “stare sempre meglio” (e il significato di questo termine non è affatto ovvio!) abbiamo accresciuto le nostre esigenze in ogni settore della vita. E’ chiaro che, se le risorse disponibili fossero illimitate, la società dei consumi non sarebbe un problema e forse non ne avremmo mai nemmeno parlato. E’ come una famiglia che si ritrova ad un tratto con un aumento importante di stipendio e comincia a fare dei viaggi o uscire qualche sera al ristorante. Ma una famiglia si fa i suoi conti perché il bilancio deve sempre tornare, i calcoli vanno fatti con quello che entra e solo poi con quello che esce.
C’è un aspetto interessante da rimarcare. Siamo abituati a ragionare sulle cifre per non fare della demagogia sterile. Quindi sapere quanto una popolazione o uno stato consuma diventa importante. Ne parleremo tra un po’.
Vediamo cosa si può dunque fare per muoverci in questa direzione così rivoluzionaria. Abbiamo varie opzioni.
Una è quella di limitare la crescita del reddito. Con ciò si limiterebbero, con i consumi, anche gli effetti negativi e cioè l’inquinamento e l’impoverimento del pianeta oltre i limiti possibili. La critica che l’ONU muove a questa impostazione è che diventerebbero molto grandi gli sforzi per innalzare il livello dei paesi in via di sviluppo. Paesi che, tra l’altro, contengono la maggior parte della popolazione mondiale.
Un’altra opzione sarebbe quella di ridurre la crescita della popolazione, il che ci porta a temi decisamente lontani dall’economia che hanno a che fare con la cultura, l’informazione e spesso la religione.
La strada migliore per raggiungere un’economia sostenibile e quindi verde sembra proprio essere quella della riduzione dell’uso delle risorse non rinnovabili. Sembra poca cosa, ma è l’uovo di Colombo. Questo infatti porterebbe ad una riduzione dei rifiuti e degli inquinanti, all’inversione di rotta del sistema che sta portando al degrado e alla perdita di biodiversità
Qualcuno sostiene che questa “perdita di progresso” (l’espressione non è mia, naturalmente!) ci porterà indietro nel tempo a vestirci di pelli e cacciare gli animali selvatici. Questo è falso, anzi è vero il contrario. Per seguire i percorsi virtuosi dell'economia verde e sperare di vincere occorre avere a disposizione le tecnologie più avanzate possibili, addirittura quelle che ancora non sono state inventate. La nuova tecnologia dovrà essere al servizio di questa impresa, quella di salvare la civiltà così come oggi la conosciamo.
Attenzione alle cifre, però. Se davvero vogliamo arrivare fino in fondo a questa rivoluzione, occorrerà ridurre l’uso di combustibili fossili di una quota di circa l’80% nei prossimi 40 anni. Solo così infatti si potrà ridurre l’aumento di temperatura media del pianeta ed evitare la sua tragica fine. Bisogna dunque pensare a forme consistenti di risparmio e non solo di risparmio energetico. I modelli dovranno cambiare, quello del consumo, dei sistemi di trasporto, degli insediamenti residenziali, della costruzione delle infrastrutture, della distribuzione dell’acqua, dei servizi igienico-sanitari. Ecco a cosa servirà la tecnologia. A rendere tutto questo possibile senza intaccare il livello di una vita decente per tutti. La tecnologia sarà il grimaldello per cambiare rotta, per produrre nuove strutture efficienti ed efficaci, che sappiano tenere conto non solo del benessere personale ma anche del benessere del pianeta.
Casa passiva (9 piani) ad AmburgoQuesto è in parte iniziato in molti stati. Un esempio, magari banale, ma effettivo, sono le case passive, che in Germania hanno cominciato ad essere costruite da 30 anni (nell'immagine un palazzo di 9 piani passivo costruito nel 2003 ad Amburgo nel nord della Germania, una zona fredda mica da ridere!). La classificazione delle case come i frigoriferi è un altro modo di adattare la tecnologia alle esigenze ambientali del pianeta. E si potrebbe continuare su questo tema, parlando di automobili non inquinanti, di impianti di energia rinnovabile. Ma, come ho sempre sostenuto, la chiave di questa rivoluzione è nel nostro cervello. Finora lo abbiamo usato in modo decisamente scellerato; è ora di cominciare ad adoperarlo in modo virtuoso.
Dire che consumiamo tanto non può bastarci. Siamo abituati a confrontarci con le cifre e ad essere il più precisi possibile. Valutare i consumi del mondo intero non è un gioco da ragazzi; non lo è neppure se consideriamo una nazione. Vediamo allora come si può fare, vale a dire se esistono delle grandezze capaci di fornirci informazioni abbastanza precise su questa importante questione.
Una di queste è riportata dal Living Planet Report, il Rapporto del pianeta vivente, che WWF realizza ogni due anni assieme alla Società Zoologica di Londra (ZSL) ed al Global Footprint Network.
Per capire di cosa si parla basta immaginare di avere una grande dispensa con il cibo per quest’anno e un’altra dove teniamo il cibo per l’anno successivo. La regola è quella che bisogna finire la riserva di quest’anno prima di attaccare la seconda. Se noi fossimo giudiziosi cercheremmo di non consumare tutto il cibo che abbiamo a disposizione per l’anno in corso, di avanzarne un po’ per averne di più per l’anno successivo, perché non si sa mai quello che può succedere e un piccolo risparmio può alla fine risultare decisivo per la nostra sopravvivenza. Ora non solo la popolazione umana della Terra non risparmia niente, ma finisce la prima dispensa quando mancano molti mesi (più di 4 nel 2010) all’ultimo dell’anno. E così occorre prendere il cibo dell’anno dopo. Si capisce facilmente che così si innesca una catena che non ha mai fine. Ma non è neanche questo il fatto più grave, bensì quello che ogni anno il giorno in cui si è costretti ad aprire la seconda dispensa arriva prima. Secondo i calcoli del Rapporto del WWF, nel 2050 serviranno le risorse di due dispense o, se preferite, due Terre per soddisfare i bisogni della popolazione. Quando parliamo di risorse ci mettiamo dentro tutto. I combustibili per far andare automobili e fabbriche, le materie prime per costruire le merci, l’energia elettrica, il grano, il frumento, il riso e l’erba per foraggiare le mucche. E cioè la vita così complessa come la nostra società è stata in grado di crearla.
E come conseguenza ogni anno aumentano i rifiuti e tutti i problemi legati al loro smaltimento.
Questa è la situazione, una situazione molto grave.
Impronta ecologicaC’è poi anche un altro sistema per valutare la situazione e questa volta possiamo essere più precisi e distinguere tra stato e stato, perché non sono affatto tutti uguali. Non tutti pesano allo stesso modo sull’impoverimento delle risorse, non tutti, insomma, hanno le stesse colpe.
Uno dei parametri importanti per valutare l’impatto ambientale di una popolazione sulle risorse terrestri è l’impronta ecologica. Possiamo proprio pensare che succeda come se un grande piede calpestasse i territori (che contengono non solo coltivazioni, ma anche le opportunità per la produzione in generale, come mostrato nell'immagine a fianco). Più grande è questa impronta e maggiore è la sua incidenza sul collasso delle risorse mondiali.
L’impronta ecologica è dunque la superficie di terreno che serve ad una persona o ad una popolazione o ad uno stato per fornire le risorse necessarie e per smaltirne i rifiuti. Si misura in ettari. Un ettaro sono circa 10 mila m², vale a dire un quadrato di lato 100 m. Per avere un’idea i padovani possono pensare che l’isola Memmia di Prato della Valle occupa una superficie di 2 ettari ... per gli amanti del calcio un ettaro è quasi una volta e mezza il prato dello stadio Meazza a S. Siro.
Il dato di riferimento più importante è l’impronta ecologica che la Terra è in grado di sopportare. Se la popolazione umana supera questo valore siamo nei guai. La Terra dunque può fornire un’impronta di 1,8 ettari per abitante. Teniamo conto che questo valore diminuisce mano a mano che aumentano gli abitanti, cosa che avviene con il ritmo di 75 milioni all’anno.
Vediamo alcuni stati. Gli USA hanno una impronta ecologica di 9,6 ettari per abitante, vale a dire che se fosse per loro servirebbero più di cinque pianeti.
Anche il Canada si difende con un valore di 7,6, l’Australia 6,6. Il nostro paese ha un valore abbastanza alto ma non altissimo: 4,2 ettari per abitante, che comunque è due volte e mezzo il limite terrestre.
La maggior parte dei paesi africani hanno un’impronta ecologica minima, come l’Etiopia che ha 0,8, l’Eritrea 0,6. Anche i grandi stati consumatori come India e Cina hanno un’impronta ecologica modesta (rispetto all’occidente) di 0,8 e 1,6 rispettivamente. Il fatto che questi paesi si stiano occidentalizzando farà sicuramente crescere questi dati. L’Afghanistan ha un’impronta di 0,1 ettaro per abitante: siamo sotto il limite di sopravvivenza.
Va inoltre tenuto presente che questa impronta ecologica non è una misura molto precisa, anzi esagera. Nel senso che fa apparire la situazione migliore di quella che è, per alcuni motivi importanti.
Il primo: dal conto vengono escluse alcune attività importanti che impiegano risorse, come ad esempio lo smaltimento delle scorie radioattive prodotte nelle centrali nucleari.
Il secondo: le risorse calcolate sono solo quelle rinnovabili e quindi viene escluso dal calcolo il petrolio, il gas e il carbone che vano ad esaurimento.
Il terzo: l’inquinamento non viene messo nel conto, tranne le emissioni in atmosfera di CO2.
Dunque il danno ambientale è molto più grande di quanto faccia capire il valore dell’impronta ecologica. Ed inoltre si tratta solo di una delle grandezze che possono monitorare la situazione ecologica. In altre parole anche se arrivassimo alla parità, cioè ad una impronta mondiale di 1,8, questo risolverebbe un aspetto della questione ambientale, mentre altre rimarrebbero aperte ed andrebbero affrontate. Comunque sia qualche ragionamento lo possiamo fare.
L'evoluzione verso il consumismoCosa emerge da questi dati? Che la vita all’americana è impossibile per tutti. Ma anche che gli americani (i canadesi, gli australiani, noi stessi) possono vivere in questo modo solo perché ci sono paesi poveri e poverissimi che non consumano quasi niente. La logica vorrebbe che siano i paesi ricchi a ridurre i propri consumi, perché non si vede come possano farlo i paesi poveri o poverissimi.
E invece succede esattamente il contrario e succede in modo premeditato e scientifico, perché le comunità ricche sono spinte a consumare sempre di più da una regola perversa, adottata a dogma dalla maggior parte dei politici e degli economisti. Questa regola si chiama PIL, che ogni anno deve aumentare di almeno 2-3 punti percentuali perché le cose vadano bene. Seguendo la crisi attuale non si è sentito parlare d’altro. Come ho ricordato tante e tante volte da questo sito il PIL non misura la felicità delle persone e nemmeno il loro reale benessere, ma questa è una storia lunga sulla quale adesso non è il caso di tornare (ma trovate qualche traccia dei discorsi qui e qui).
E comunque la risposta alla domanda "Ma quanto consumiamo?" non può che essere: “Noi consumiamo troppo!”.
A proposito di territorio, anche DESA affronta la questione e lo fa analizzando l’impatto che alcuni settori e alcuni eventi hanno nella nostra civiltà.
Cominciamo dall’agricoltura che è responsabile dell’immissione in atmosfera del 14% dei gas serra. Anche il consumo di territorio e soprattutto dell’acqua per l’irrigazione è al di fuori dei limiti di sostenibilità. Si osserverà che l’agricoltura è alla base della nutrizione degli individui. Non si sta qui dicendo che occorre abolirla, non è questo certo il punto, anzi. Quello che si vuole fare è individuare i settori sui quali è maggiormente urgente intervenire con cambiamenti drastici che riguardino le tecnologie impiegate, i sistemi elaborati, l’organizzazione.
C’è poi la questione della deforestazione, che ha molte cause, tutte però riconducibili ad un solo motivo: la cupidigia di denaro e di potere. Si deforesta per aprire autostrade, per costruire immobili da vendere, per realizzare coltivazioni redditizie. Purtroppo in quest’ultima categoria finisce anche l’economia verde o cosiddetta verde. Aree immense di foreste pluviali sono state abbattute, con conseguenze drammatiche non solo per la fauna che ci viveva (ad esempio i nostri nonni scimpanzé dell’estremo Oriente) ma per l’intero pianeta, per essere sostituite da piantagioni di palma, che sono assai meno divoratrici di CO2 rispetto alle grandi piante recise. Ma queste non danno reddito, le palme, invece sì. Si può infatti ricavare l’olio che è una fonte rinnovabile per far funzionare generatori elettrici, cogeneratori e impianti di medie dimensioni per la produzione di energia elettrica. E’ certo che quando l’olio di palma (che tra l’altro ha raggiunto in questi anni prezzi elevati) attraversa l’Oceano con navi inquinanti per arrivare in Italia, devono essere fatti dei conti molto precisi sia sull’impatto ambientale che sul bilancio economico. Insomma è davvero verde questo sistema? E il bilancio energetico è attivo? Oppure funziona solo là dove, come avviene da noi, vengono premiati impianti a fonti rinnovabili non importa da dove queste provengano e come sono prodotte? Mi riferisco al meccanismo dei CIP6 e dei certificati verdi di cui ho parlato un sacco di volte.
La deforestazione nel mondo è una piaga pazzesca. Essa incide per quasi il 20% sulle emissioni globali di gas serra. Grandi nazioni come il Brasile, ricchissime di ogni tipo di risorse, hanno assistito negli ultimi decenni alla scomparsa di enormi fette di foreste. C’è voluta una legge apposita, definita lo scorso anno, per fermare lo scempio e invertire la rotta. Il partito al potere, quello di Lula e Roussef, ha finalmente capito e intrapreso questa strada. Il Brasile tra l’altro è uno dei maggior produttori di biodiesel, il carburante che si ricava dalle bietole, dalla canna da zucchero e dal mais. Ma quel paese ha distese immense non coltivate, ha una densità abitativa circa 10 volte inferiore a quella italiana. Là dunque la produzione di carburante verde non è un ostacolo alla produzione di cibo per il foraggio e la sussistenza umana.
Come si vede il problema è sempre lo stesso. Rendere efficienti ed universali gli strumenti di sopravvivenza senza però distruggere il pianeta. E questo in un panorama che si va modificando di giorno in giorno e che prevede una quantità di affamati e di assetati sempre maggiore. Quasi 1 miliardo di persone soffrono oggi di denutrizione e di quella che l’ONU chiama “insicurezza alimentare” e che possiamo tradurre, con un termine più terra-terra, “quelli che non sanno se potranno mangiare ogni giorno”. Ecco dunque che servono tutte le tecnologie per rendere l’agricoltura più sostenibile, per gestire le foreste, per prevenire l’erosione del suolo, per limitare l’inquinamento dell’acqua anche da parte della stessa agricoltura, per adattarla alle condizioni locali, ciascuna specifica ed unica.
Il problema sembra senza soluzione: aumentare la produttività e diminuire gli effetti collaterali. Ma, appunto, “sembra”. E ci sembra così perché noi ci ostiniamo a ragionare con i parametri attuali, con i sistemi di produzione esistenti, con le tecnologie e le infrastrutture che abbiamo oggi a disposizione.
AlluvioneIn questo senso non possiamo più accettare che gli eventi naturali siano incontrollati o di provenienza divina. Negli ultimi 40 anni i disastri naturali sono cresciuti di cinque volte. La maggior parte di questi riguardano dissesti idro-meteorologici (alluvioni, inondazioni, tempeste, siccità, …) che possono essere associati ai cambiamenti climatici ormai sempre più diffusi e importanti. E questo, come è ovvio, ha effetti decisamente peggiori nei paesi in via di sviluppo i quali offrono meno difese per il livello tecnologico, strutturale e organizzativo insufficiente.
Uno può dire: “Cosa possiamo farci se un giorno decide di piovere mezzo metro e allagare le campagne?”. In effetti possiamo solo tamponare le falle, ma quello che dobbiamo fare è cercare di evitare che questi disastri continuino ad aumentare nel futuro, poiché essi già hanno intaccato la terraferma e potrebbero presto trasferirsi anche nelle acque e provocare problemi molto seri al settore della pesca. E questo non sarebbe certo un bel segnale per la catena alimentare e quindi per noi stessi.
Ed è ancora più grave pensare che, nonostante la minaccia così vicina, nelle politiche generali non siano stati compresi la gestione dei rischi di disastro naturale e l’adattamento ai cambiamenti climatici sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. In pratica le decisioni e le risposte sono sempre legate agli eventi. Ci mettiamo una pezza, ma al domani continuiamo a non pensare.
E la tecnologia e le esperienze non mancano di certo. Pensiamo dunque a modifiche nella progettazione di insediamenti e infrastrutture, incluse strade, sistemi ferroviari e centrali elettriche. La costruzione delle case, la protezione delle coste presuppongo l’uso di strumenti che in parte già esistono e vanno applicati.
Ma non è sufficiente farlo nei paesi ricchi. E’ necessario condividere la conoscenza e rendere accessibile anche ai paesi più poveri il know how della tecnologia più adatta.
Molte delle tecnologie necessarie per un’economia verde sono oggi già disponibili. Pensiamo ad esempio alla varietà offerta dalla produzione di energie rinnovabili, attraverso il sole, il vento, le biomasse, l’acqua, il calore della terra, le maree e le correnti marine. Uno può scegliere quale va meglio al suo scopo. Se è chiarissimo cosa potrà scegliere un paese africano o dell’America centrale, paesi con climi non ben definiti avranno altre opzioni. Ad esempio il Portogallo sta sviluppando fortemente sistemi per ottenere energia dal vento e dalle maree. Lo stesso vale per paesi nordici come la Gran Bretagna. In Svezia va molto l’idroelettrico e così via.
Le strade che portano ad un uso razionale e corretto dell’energia e con perdite sempre minori si fanno sempre più diffuse e sofisticate. E vengono sviluppate tecniche per sostituire risorse non biodegradabili, per avere una silvicoltura e una gestione dei boschi sostenibile, per proteggere sempre meglio le coste e le infrastrutture dalle calamità naturali (pensate alle case giapponesi e ai terremoti). Tutto questo fa parte di una economia verde e non è fumo o sogno. E’ realtà, esiste, è già oggi disponibile.
Certo si può anche fare di meglio. E la sfida – sostiene l’ONU – è proprio questa. Migliorare le tecniche, adattarle alle esigenze locali che possono essere diverse da posto a posto, innovare attraverso la ricerca in modo da abbattere i costi e aumentare l’efficienza. E – ancora una volta – diffondere le conoscenze all’intero pianeta. Anche se questo è decisamente più facile dirlo che farlo.
Per capire la necessità e l’urgenza, vorrei che tutti facessero una riflessione sul pianeta dove abitiamo. Lo strato d’aria che abbiamo sopra la testa è sottile come una carta velina. Ed è la nostra unica risorsa di vita. Ci serve per respirare e quindi per alimentarci, per proteggerci dai raggi dannosi del sole, per mantenere la temperatura entro limiti ragionevoli, insomma per garantire la nostra esistenza. Per avere un’idea della sua fragilità pensate di avere in mano un’arancia che rappresenti la terra. L’atmosfera in proporzione sarebbe appena di 1 mm, un solo millimetro, praticamente invisibile.

Cerchiamo, per chiudere, di fissare le idee delle proposte fatte per salvare la civiltà.
Innanzi tutto occorre dire che nessuno vuole salvare “questa” civiltà quella che ha pagato i benefici del progresso con l’impoverimento del pianeta portandolo fino all’orlo del collasso. Nessuno vuole una società che continui a giocare su una crescita infinita avendo a disposizione risorse finite e addirittura in via di estinzione, una società basata sulla sopraffazione, sullo sfruttamento, sull’arricchimento del ricco a spese dell’impoverimento del povero.
Ci vogliono dunque regole nuove, che devono però essere valide per tutti. Se i paesi che producono più scorie come USA, Cina, India, Russia si chiamano fuori si capisce subito che non si può andare da nessuna parte. E le regole riguardano in primis i consumi perché è grazie ad essi che è possibile garantire quella sicurezza alimentare per tutti di cui l’ONU parla. E riguardano anche, queste regole, il commercio e gli investimenti, il finanziamento dei progetti internazionali e i copyright delle tecnologie. Già, la condivisione della conoscenza! E’ chiaro come il sole che le tecnologie sono e saranno sempre in mano ai paesi più industrializzati mentre le spese per una rivoluzione verde saranno maggiori (in rapporto al reddito) per i paesi emergenti. Non c’è alcuna soluzione possibile se le tecnologie saranno trattenute dai primi o fatte pagare in modo eccessivo ai secondi.
Non c’è dubbio, continua l’ONU, che la rivoluzione verde dovrà investire anche se non soprattutto la produzione industriale. L’abbandono delle tecniche tradizionali può essere un costo caro ma necessario da pagare. Per usare l’espressione dell’economista austriaco Jospeh Schumpeter occorre una “distruzione creativa” dell’industria. Vale a dire la creazione di nuove attività economiche per sostituire quelle più vecchie, meno produttive.
Cambiare le regoleQualcuno può cominciare a dire: "Ma da noi non c’è la ricerca, si tolgono investimenti alle università ”. In realtà - sostiene l'ONU - ogni paese è dotato di un sistema nazionale di innovazione (NIS), che comprende sistema educativo, ricerca scientifica e tecnica, sviluppo di prodotti e di tecniche di produzione avanzate. A volte tutto questo esiste senza che i governi dei paesi lo sappiano, perché si appoggiano sulle iniziative dei poteri locali (ad esempio dei comuni ricicloni) o di imprese che sono all’avanguardia in alcuni settori. Prendiamo l'esempio italiano delle turbine per la produzione di energia elettrica da correnti marine che esportiamo fino in estremo oriente. Bene, in Italia non esiste la possibilità di utilizzarle, eppure sono state a lungo sperimentate in Sicilia. Ci sono imprese italiane che producono pale eoliche e le vendono in tutto il mondo. Ci sono centri di riciclo totale, comuni e presto province che usano l'energia rinnovabile al 100%. E' questo il nostro sistema di innovazione e se non è inglobato nella politica del paese, dobbiamo lottare perché ciò avvenga al più presto. Qualche passo lo abbiamo fatto tutti assieme, ad esempio respingendo la follia di un ritorno del nucleare e mantenendo il controllo pubblico su un bene primario come l'acqua.
Ma la strada non è né semplice né rapida. E non c’è tanto tempo.
Questo però non deve portarci allo sconforto. Chi sostiene che non sarà mai possibile convertire la produzione di energia da fossile a rinnovabile in tempo, farebbe bene a guardarsi attorno, considerando quello che gli altri hanno già fatto o stanno facendo.
Il Portogallo è passato in cinque anni, dal 2000 al 2005 ad avere una quota di energia prodotta da fonti rinnovabili dal 17% al 45%. In soli cinque anni. L’Austria produce la metà della propria energia con fonti rinnovabili (biomasse, eolico, biodiesel, ecc.). Per non parlare della Germania che rinuncia senza battere ciglio all'energia prodotta da 19 reattori nucleari in dieci anni. Lo stesso Vaticano si avvia ad essere uno stato completamente verde e autosufficiente.
Questa è la strada da imboccare e da seguire, cercando di andare il più veloce possibile, perché qui non si tratta di arrivare tardi.
O si arriva in tempo o non si arriva affatto.

(fonte:noncicredo.org)
 
Amici di Radio Cooperativa
Associazione
I nostri podcast
Abbonati: è gratuito!
ultimi podcast
clicca sull'immagine
Anticipazioni dai programmi